About me

” Nelle opere di Julian Soardi convivono differenti sperimentazioni della materia pittorica. I colori sono sottoposti a continui “maltrattamenti” attraverso lavaggi, sfregazzi, raschiature e incisioni; in alcuni casi anche il supporto viene fatto a pezzi e ri-assemblato, divenendo elemento attivo della composizione. Per mezzo di questi processi è come se l’artista intendesse verificare tutte le coordinate lungo la rotta dell’astrattismo. Le tonalità calde degli inchiostri terrosi e dei bruni profondi che corrispondono a questo ciclo intitolato “Defunta correa”, suggeriscono un’impressione di paesaggio o comunque, trascinano la sensazione della natura, sottraendo gli elementi della composizione alla semplice casualità. In alcuni casi la scala delle sensazioni rimanda agli autunni freddi delle campagne del Nord della Germania, con le sue zolle di terra nera sollevata che punteggia l’orizzonte d’erba secca giallo oro. Sono dunque le emanazioni lontane del romanticismo. Ma osservate a una distanza ravvicinata, le superfici trattate da questo artista appaiono meno rassicuranti. Entriamo in un mondo batterico brulicante e ossessivo, come di vita osservata con gli occhi sul microscopio. Questi microbi invisibili si annidano nei coauguli di inchiostro e nei vapori della trementina, tra gli strati delle vernici sottili, spalmate con collaudato mestiere. Anche la componente che in modo impreciso potremmo essere tentati di riferire alla casualità, ha forse più a che vedere con i segreti dell’alchimia.”

Di Paolo Dolzan_in occasione della mostra collettiva
“LINEA INQUIETA Tracce d’avanguardia nel contemporaneo”
2018_PALAZZO CESCHI – Borgo Valsugana (TN)

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“I suoi attuali orientamenti creativi sono rivolti a stabilire le mutevoli connessioni tra differenti dimensioni di ricerca, dalla grafica alla fotografia, dalla video arte alle contaminazioni multimediali. In tal senso, Soardi persegue una visione sinestetica della comunicazione totale che coinvolge sia i valori strutturali della percezione visiva sie le possibilità immaginative che scaturiscono dall’analisi dei molteplici aspetti della realtà contemporanea. La sua esplorazione del rapporto tra scrittura e immagine si avvale di una crescente capacità di elaborazione tecnica che coinvolge in un unico sistema espressivo: parole, suoni, forme tattili, oggetti fisici e virtuali, segni e tracce in grado di restituire la complessità comunicativa del mondo attuale nel suo imprevedibile divenire”

Di Claudio Cerritelli

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“La creatività è la capacità di abitare i diversi “luoghi” che si incontrano, è l’abilità di inventare strategie per attraversarli e per trovare i giusti materiali e le gestualità per raccontarli. “Luoghi” che assumono, a secondo delle diverse situazioni, significati diversi: reali e concreti o mentali e filosofici. È per questo importante saper sviluppare una capacità di lettura e di percezione che sappiano spostare la ricerca e il viaggio in ogni piccolo angolo nascosto di questi spazi, senza la minima preoccupazione di una veridicità: tutto quello che nasce diventa vero. I sensi, anche quelli mentali, devono essere continuamente attivati, pronti a percepire ogni piccola variabile del “paesaggio” che sia quello naturale immacolato che quello antropizzato. I confini percettivi vengono continuamente superati, mentre i punti di visione si moltiplica allo sguardo, sempre attento e vigile. È su questi presupposti che nasce il lavoro di Julian Soardi, sulla sua curiosità che chiamerei “avidità percettiva”, di indagare il mondo circostante, di osservarlo senza giudizio critico ma come fenomeno, come semplice accadere degli avvenimenti. La sua analisi che si traduce a volte in visioni pittoriche a volte in micro installazioni oppure scatti fotografici o disegni. Mai comunque mimetica, mera trascrizione dell’azione percettiva. Tutto è sempre filtrato dalla sua sensibilità, dal suo desiderio di scoprirne i lati più invisibili, senza paura di coglierne “l’inaspettato”. La sorpresa, il caos, la casualità sono parte del lavoro stesso, mai con la paura di uno spiazzamento, frutto del lungo e tenace lavoro precedente, che ha saputo consolidare le basi nel momento giusto della formazione sia pratico-elaborativa che teorico-concettuale.
Se l’artista, come il creativo, sa abitare qualsiasi “luogo” incontrato, Julian Soardi lo è sicuramente. Lo dimostrano le suo opere e il suo sguardo curioso e attento al mondo.
Ho sempre ammirato in lui questa testarda volontà e la sua infaticabile attività produttiva che molte volte spiazzava anche me. I confini sia spaziali che poetici si sono allargati sempre più nel tempo mentre la ricerca dei materiali e dei linguaggi lo hanno portato in esperienze espressive lontane da quei disegni iniziali anche se la poetica, o meglio, quello sguardo indagatore è rimasto lo stesso, avido di capire cosa scorre davanti a sé stesso. I materiali che utilizza con padronanza ormai sono molti: dal ghiaccio al vetro dalla fotografia al video dalla scultura alla pittura facendo spostamenti rapidi e naturali, indice di padronanza della materia e della sua relazione con l’atto poetico.
John Berger, recentemente scomparso, scrive in un suo testo legato al disegno: “…. I contorni che avete disegnato non indicano più il margine di quel che avete visto, ma il margine di quel che siete diventati”. Il punto geografico e la centralità di ognuno è, come ho sentito raccontare da un nativo americano, dove ci si trova in quel momento preciso, in quello spazio determinato. Chi sa muoversi con determinazione ne ha consapevolezza e sa sfruttare al meglio quello che ha intorno a sé, che lo circonda, che sia un materiale o un linguaggio, e credo che per Julian tutto questo è diventato naturale. Questa sua impaziente mobilità ha spostato quel divenire, quell’esistere, sempre più lontano, senza paura di spostare il centro del suo universo.”

Di Italo Chiodi

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“Il suo lavoro pone l’artista come artefice di una connessione tra arbitrario della propria esistenza e la necessità di fare che gli consente di ritornare all’osservazione dei fenomeni, scoprendone i nessi esistenziali che li costituiscono. Un’operazione che assente alla vita delle cose senza subirne il peso, senza rimanere schiacciati, ma percependo e facendo propri la pluralità delle forze che agiscono, siano essi evidenti o celate. Si tratta di un’attività dell’esperienza, così come il vedere può essere inteso come un’attività del pensiero: che determina sia una visione della realtà secondo un preciso punto di vista, sia l’azione su di essa, in un agire specifico. Non quindi un puro vedere, ma un guardare per fare, teso ad acquisire uno sguardo altro, e a rimodularsi secondo esso. Per mezzo del fare della materia stessa, labile ed effimera, come il ghiaccio, come l’acqua, come la scrittura sospesa in uno spazio virtuale, è possibile superare la disumanizzazione del soggetto cui corrisponde un’umanizzazione del reale, e l’impossibiltà di scorgelo dall’interno di schemi precostituiti, rivelandone, di fatto, la problematicità.
Julian Soardi pratica una sorta di addestramento. Un esercizio di rigore, in primo luogo verso se stesso, che gli consente di trasformarsi, di creare uno spazio artistico peculiare e sempre nuovo, alla ricerca della forma di espressione più appropiata del ridurre la distanza tra se stesso e il reale.”

Di Maria Cristina Galli

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Il pescatore che beveva, ma non sapeva leggere

Un poligono regolare a sei vertici, con sei lati uguali e sei angoli uguali. Se inscritto all’interno di un cerchio, il suo lato è uguale al raggio.Per Pitagora questa figura geometrica formata da due triangoli incrociati è il simbolo della creazione. Per gli Egiziani, la congiunzione del Fuoco e dell’Acqua, nonché generazione. Per gli Ebrei lo Scudo di Davide, per gli Indù il Segno di Vishnu. E per chi crede alla Magia, la potenza di questo simbolo è assoluta. In Forme d’Onda, l’esagono può essere considerato la chiave di tutto.Sant’Agostino sostiene che “Sei è un numero perfetto di per sé, e non perché Dio ha creato il mondo in sei giorni; piuttosto è vero il contrario. Dio ha creato il mondo in sei giorni perché questo numero è perfetto, e rimarrebbe perfetto anche se l’opera dei sei giorni non fosse esistita”.

Utilizzando la forma più terrena di questo (a quanto pare) straordinario emblema, si scopre il suo valore scientifico, per cui diviene indispensabile alla vita e metafora dell’esistenza umana.Il liquido primordiale e creatore, banalmente chiamato Acqua, esprime il suo sommo valore spirituale e trascendentale che si può paragonare alla conoscenza. Un bene primario non solo fisico, ma mentale e intellettuale. Con la capacità antropologica di determinare la morfologia del territorio permettendo ad ogni suo elemento di contenere la memoria del luogo e la testimonianza del suolo.

Forse è proprio per questo che nella civiltà mediterranea, il mare rappresenta l’eterno spazio in cui si intesse il dialogo tra l’uomo e l’anima dell’acqua. Una distesa in cui i miti si adattano ad una natura ostile, dove potenze esterne trascinano l’uomo nelle innumerevoli lotte modificandone la mente e il ricordo. Questo elemento diventa, attraverso il viaggio e la ripetizione, un’esperienza che si traduce in pensiero, che unifica in sé concetti contrapposti come l’immobilità e il fluire, la materia e l’ineffabile; la possibilità di ritornare alla dimensione più primitiva e tribale.

Senza alcuna presunzione, ma con spirito di discussione, si assiste ad una poetica critico-riflessiva, all’insegna di un ragionamento in continuo sviluppo, che segue il flusso e lo scioglimento della materia. E che denuncia l’avvenimento storico e attuale della perdita del tattile, di ciò che si vede, ma che non si tocca e non si vive realmente. Una concezione romantica e leopardiana legata alla perdita dell’illusione nell’età moderna, che progressivamente entra in crisi incolpando l’essere per non essere in grado di offrire a se stesso i mezzi per tramandare la conoscenza.

Tutto ha un significato in quello spazio, e tutto esiste per essere, in quel determinato momento visibile e tattile – per una notte, allontanandosi dall’idea di convivio funebre, dove ciò che muta insinua la distruzione. Forme d’Onda allude a un pensiero positivo, in cui l’interpretazione simbolica dei confini del mondo richiama solo la rinascita, ed emana suoni rigogliosi del suo fluire uterino e rigeneratore. Che non solo mera contemplazione estetica ma acquisisce capacità totale di comunicare attraverso i secoli, proprio come Logos e Sapientia, perché solo la mancanza d’acqua riesce ricordare pienamente il valore sacrale dell’istinto per cui “L’acqua è insegnata dalla sete”, Emily Dickinson.

Di Magdalini Tiamkaris_in occasione della mostra personale
“Forme d’Onda”
2016_Centro Culturale il Pertini_Cinisello Balsamo (MI)